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C’è un’Italia che fa finta di non vedere. Un’Italia che si indigna solo quando un video diventa virale, quando un quindicenne pesta un coetaneo per un cellulare, quando un gruppo di “maranza” assedia un autobus o aggredisce un passante. Poi tutto torna nel silenzio. Fino al prossimo pestaggio.
Ma chi vive le strade, chi lavora nelle scuole, chi osserva i quartieri ogni giorno lo sa: non è più un fenomeno isolato. È un modello culturale malato che sta divorando un’intera generazione.
Gli episodi degli ultimi mesi parlano chiaro:
Milano, 2025– Una baby gang aggredisce un ragazzo di 16 anni per “punizione”: aveva osato rispondere. Lo filmano mentre lo colpiscono in gruppo. Il video finisce su TikTok come fosse intrattenimento.
Bologna, 2025– Un quattordicenne viene trovato con un coltello a serramanico e una lista di “bersagli”. Dice che “è normale, tutti ce l’hanno”.
Operazione nazionale anti–baby gang (2025)– 1000 agenti, 40 province coinvolte, 73 arresti, 142 denunce, armi modificate, mazze, droga, contanti. Non un blitz contro la criminalità organizzata adulta: contro minorenni.
Monza– Nascono le “ronde anti-maranza”: cittadini esasperati che pattugliano le strade perché non si sentono più protetti. Quando la gente si organizza da sola, significa che lo Stato ha perso terreno.
Questa non è più soltanto devianza giovanile: è una cultura della violenza che si autoalimenta, che cresce indisturbata e che sta erodendo l’ordine sociale pezzo dopo pezzo. Una deriva che molti fingono di non vedere, mentre una parte del panorama politico — secondo numerosi commentatori e analisti — sembra preferire l’immobilismo, come se il disagio, la rabbia e la marginalità potessero un giorno trasformarsi in un nuovo serbatoio elettorale. È una lettura amara, ma sempre più diffusa: quando la violenza giovanile diventa normalità, chi dovrebbe intervenire sceglie di non farlo, e il risultato è un Paese che abdica al proprio dovere di proteggere i cittadini e di educare le nuove generazioni.
Questi ragazzi crescono con un’idea distorta: la violenza è potere, la gentilezza è debolezza, il rispetto è sottomissione.
È un mondo dove:
chi parla con educazione “non vale niente”;
chi non reagisce con aggressività “è un fesso”;
chi non segue il branco “è un morto sociale”.
E i social fanno il resto: ogni rissa diventa si trasforma automaticamente in un nuovo contenuto, ogni aggressione viene interpretata come un trofeo del quale vantarsi, ogni umiliazione diventa un meme che fa ridere i deficienti.
La violenza diventa spettacolo. E lo spettacolo diventa identità.
Negli ultimi anni lo Stato ha iniziato a muoversi, ma sempre dopol’ennesimo caso.
Potenziamento dei controllinelle zone della movida e nei quartieri a rischio.
Operazioni coordinatetra polizia, carabinieri e municipali.
Proposte politiche per inasprire le pene ai minorenni violenti.
Progetti scolastici contro bullismo e devianza.
Ma la verità è che siamo ancora lontani da una strategia nazionale. Si interviene a valle, quando il danno è fatto. Quasi mai a monte, dove si costruiscono (o si distruggono) le coscienze.
Le baby gang non nascono dal nulla.
Nascono dove:
la famiglia è assente;
la scuola è lasciata sola;
il quartiere è abbandonato;
gli adulti hanno smesso di fare gli adulti.
E in quel vuoto entra il branco. Entra la violenza. Entra l’idea che “così va il mondo”.
Da attivista lo dico chiaramente: la normalità va difesa. Ora.
Perché oggi essere civili è diventato un atto rivoluzionario. Perché oggi dire “no” alla violenza è un gesto controcorrente. Perché oggi educare al rispetto è il vero atto di resistenza.
E allora sì, lo dico senza mezzi termini:
Essere civili non è da fessi.
Rispettare gli altri non è da deboli.
Rifiutare il branco è da coraggiosi.
Ogni giorno che passa, un altro ragazzo entra in una baby gang. Ogni giorno che passa, un altro adolescente impara che la violenza paga. Ogni giorno che passa, un altro adulto si gira dall’altra parte.
E allora basta. Serve una presa di posizione collettiva. Serve una società che non abbia paura di dire che la violenza non è normale.
Perché se non lo facciamo noi, chi lo farà?