Il tarantolismo pugliese, noto anche come tarantismo, è uno dei fenomeni più affascinanti e carichi di mistero del Sud Italia. A metà strada tra rito terapeutico, possessione pagana e devozione cristiana, quindi tra sacro e profano, ha attraversato i secoli radicandosi profondamente nel tessuto culturale della Puglia. La sua fama ha superato i confini locali, attirando l’attenzione di studiosi, etnologi e viaggiatori stranieri, colpiti da quella che appariva come una vera e propria danza di guarigione.
Le prime testimonianze scritte risalgono al Medioevo e legano la sindrome al morso della tarantola pugliese (Lycosa tarantula). I sintomi comprendevano:
- prostrazione,
- malinconia,
- crisi nervose,
- eruzioni cutanee,
- spasmi e talvolta deliri.
La popolazione contadina attribuiva queste condizioni al veleno del ragno, ma la medicina popolare aveva elaborato un metodo di guarigione unico: la danza frenetica accompagnata dalla musica, dal titmo ipnotico dei tamburelli.
Si trattava di un vero e proprio rito magico collettivo, che permetteva al tarantato di reinserirsi nella comunità attraverso un processo catartico e condiviso. Dietro l’apparenza del veleno animale, si celava probabilmente un disagio sociale, psicologico e spirituale che trovava sfogo nella musica e nel movimento.
Testimonianze storiche e cristianizzazione del rito della Taranta pugliese
Una delle descrizioni più vivide del tarantolismo ci viene dal Rev. Domenico Sangenito, che nel XVII secolo scrisse una lettera al libraio francese Antonio Bulifon, riportata nelle Lettere memorabili istoriche politiche ed erudite (Napoli, 1693). Sangenito racconta di contadini che, dopo il presunto morso della tarantola, iniziavano a muoversi al suono di strumenti come chitarre, cetere, tamburelli e violini, chiedendo specchi, spade, nastri colorati e persino vesti preziose. La danza, che poteva protrarsi per giorni, aveva lo scopo di liberare la vittima dal male attraverso il ritmo, il sudore e lo sfinimento fisico.
Col tempo, alla componente pagana si sovrappose quella cristiana. La Cappella di San Paolo a Galatina (Lecce) divenne il cuore del rito: ogni anno, tra il 29 e il 30 giugno, i tarantolati si recavano lì per bere l’acqua del pozzo sacro, ritenuta miracolosa. Secondo la leggenda, San Paolo avrebbe trasmesso ai galatinesi il potere di guarire dai veleni degli animali, e quell’acqua ne custodiva la forza.
Nel Novecento, l’etnologo Ernesto De Martino studiò a fondo il fenomeno, interpretandolo non come una conseguenza reale del veleno del ragno, ma come una crisi esistenziale e sociale che trovava sfogo e guarigione in un rituale collettivo. Altri studiosi, come il medico Ignazio Carrieri, lo considerarono una forma di isteria collettiva, legata soprattutto alle difficili condizioni di vita femminili nell’ambiente rurale.
Oggi il tarantismo, nella sua funzione originaria di rito terapeutico, è ormai scomparso, ma la sua eredità continua a vivere nella musica. La pizzica, la danza che un tempo accompagnava i riti di guarigione, è divenuta simbolo identitario della Puglia e del Salento. Tuttavia, eventi come La Notte della Taranta hanno progressivamente trasformato quell’antico patrimonio rituale in un grande spettacolo, che purtroppo tende ad allontanarsi sempre più dalle sue radici, perdendo la dimensione sacra e terapeutica per assumere i tratti di un fenomeno legato soprattutto al denaro e al commercio.
Come studioso del folklore internazionale, come pugliese e come scrittore, mi sono sempre impegnato affinché le leggende e le tradizioni popolari fossero preservate e tramandate nel modo più autentico, nonostante il pregiudizio e l’ironia di cui sono stato spesso bersaglio. La mia speranza è che un giorno il mistero della taranta e il suo legame profondo con la magia del rito possano essere nuovamente compresi e apprezzati nel loro vero significato, ossia come espressione delle umili origini di un popolo e non come semplice prodotto di mercato.


