Le leggende di Aokigahara in Giappone

Ai piedi del Monte Fuji, dove la lava antica si è pietrificata in un labirinto di radici e rocce nere, si estende una foresta che sembra respirare un silenzio diverso da quello del resto del mondo. La chiamano Aokigahara, “la pianura degli alberi blu”, ma chi l’ha attraversata sa che il suo nome non basta a descriverla. È un luogo dove il suono si spegne, dove la luce si frantuma tra i tronchi contorti, dove persino il vento sembra esitante. Una foresta che non accoglie: osserva silente con sguardo severo.

Da secoli, Aokigahara è considerata una soglia. Le leggende giapponesi parlano degli yūrei, spiriti inquieti che non hanno trovato pace e che vagano tra gli alberi in cerca di ciò che hanno perduto. Sono figure pallide, dai capelli sciolti, che emergono dal buio come ombre inquietanti. Alcuni escursionisti raccontano di aver udito passi dietro di sé, altri di aver visto sagome bianche tra i rami, immobili come statue. La tradizione vuole che gli yūrei siano attratti dalle emozioni intense: dolore, paura, smarrimento. E Aokigahara, con il suo silenzio innaturale, sembra amplificarle tramite la suggestione indotta.

La foresta è famosa anche per un fenomeno che ha alimentato il mito: le bussole impazziscono. Le rocce vulcaniche ricche di ferro interferiscono con gli strumenti, facendo deviare gli aghi e disorientando chi non conosce il terreno. Ma per molti giapponesi, questa non è solo geologia: è la foresta stessa che confonde gli intrusi, proteggendo i suoi segreti. Alcuni anziani del luogo dicono che Aokigahara abbia una volontà, una coscienza antica come il Fuji, e che non tutti coloro che entrano siano destinati a uscirne.

Il folklore più oscuro parla dell’ubasute, l’antica pratica — forse più mito che realtà — di abbandonare gli anziani nella foresta durante i periodi di carestia. Si dice che gli spiriti di quelle anime, lasciate a morire tra gli alberi, vaghino ancora oggi, incapaci di accettare il proprio destino. Sono yūrei diversi dagli altri: non cercano vendetta, ma compagnia. E chi si avventura troppo in profondità potrebbe sentirsi chiamare per nome, con la voce di qualcuno che non c’è più.

Aokigahara è un luogo dove il silenzio ha un peso. Non è il solito silenzio naturale del bosco, interrotto di fatto dai fruscii dei rami e dai versi degli animali selvatici. È un silenzio compatto che avvolge ogni cosa. Gli animali sono rari, gli uccelli quasi assenti. Molti visitatori raccontano di aver percepito una presenza costante che li osservava da lontano. Non ostile, ma vigile. Un’entità quasi divina.

Eppure, nonostante la sua fama oscura, Aokigahara è in realtà un antico santuario naturale, un intreccio di radici che affondano nella lava del Fuji, un ecosistema più unico che raro. Ma è proprio questa fusione di bellezza e mistero a renderla così magnetica.

Chi si avventura tra quegli alberi, ad Aokigahara, dovrebbe farlo con rispetto. Non solo per la natura che qui regna sovrana, ma per le storie che il luogo porta con sé. Nel corso del Novecento, la foresta ha acquisito un soprannome iorribile: la Foresta dei Suicidi. Una fama alimentata da romanzi, cronache e da un tragico effetto imitativo che ha trasformato Aokigahara in un obitorio a cielo aperto, almeno nell'immaginario collettivo.

Negli anni Sessanta, un romanzo molto popolare (Kuroi Jukai (黒い樹海), pubblicato nel 1960 dallo scrittore giapponese Seichō Matsumoto) raccontò la storia di due amanti che sceglievano proprio questa foresta per porre fine alle loro vite. Da allora, la narrativa ha iniziato a sovrapporsi alla realtà, e il mito ha preso forma. Le autorità giapponesi hanno cercato di contrastare questa reputazione, installando cartelli che invitano alla riflessione, alla ricerca di aiuto, al ritorno indietro. Ma la foresta, con la sua atmosfera sospesa nel tempo, continua a essere teatro di tragici eventi. Per molti giapponesi, Aokigahara è un confine tra la vita e ciò che la precede o la segue. Un luogo dove gli spiriti dei morti possono trattenere i vivi, spesso con la forza.

Mario Contino