Mario Contino Lo Scrittore Del Mistero

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Il parrocchetto monaco va protetto

Il parrocchetto monaco non è il colpevole: è tempo che l'uomo si assuma le proprie responsabilità


Da alcune settimane si è acceso un acceso dibattito attorno al piano della Regione Puglia per il contenimento del parrocchetto monaco (Myiopsitta monachus), una specie originaria del Sud America ormai presente da molti anni in numerose città italiane. Il provvedimento prevede, in determinate circostanze, anche interventi letali per ridurre le popolazioni presenti sul territorio. Una scelta che ha suscitato il favore di alcuni e la netta opposizione di molti cittadini coscienziosi, associazioni animaliste, attivisti e appassionati di natura.

Personalmente ritengo che il parrocchetto monaco debba essere protetto e non sterminato.

Non si tratta di ignorare il problema o di negare gli eventuali danni che questa specie può arrecare all'agricoltura o ad alcuni ecosistemi. Si tratta, piuttosto, di affrontare la questione partendo da una semplice domanda: chi è il vero responsabile della presenza di questi animali in Italia?

La risposta è evidente. Non è stato il parrocchetto a scegliere di attraversare l'oceano. È stato l'uomo a importarlo per il commercio degli animali da compagnia. Per anni, migliaia di esemplari sono stati venduti nei negozi, allevati in cattività e acquistati come animali domestici. Molti sono fuggiti accidentalmente, altri sono stati liberati volontariamente quando i proprietari non erano più in grado di occuparsene.

Oggi quei discendenti vengono considerati una specie aliena invasiva e, in alcuni casi, destinati all'abbattimento.

È una conclusione che lascia spazio a una riflessione etica. Possiamo davvero attribuire agli animali la responsabilità di una situazione creata esclusivamente dall'uomo?

Il parrocchetto monaco è ormai stazionario in Italia

Il parrocchetto monaco vive ormai stabilmente in molte aree urbane italiane da decenni. Ha costruito colonie, si è adattato al clima, ha imparato a sopravvivere e a riprodursi in un ambiente completamente diverso da quello d'origine. Scientificamente non è diventato una specie autoctona, ma è certamente una popolazione naturalizzata, ormai parte del paesaggio di numerose città.

Proprio per questo motivo appare legittimo domandarsi se l'eliminazione degli animali rappresenti davvero la soluzione migliore.

Esistono infatti strategie alternative già sperimentate in diversi contesti: il controllo delle nascite, la rimozione selettiva dei nidi nelle aree più sensibili, il trasferimento di alcune colonie, la protezione delle colture mediante sistemi di dissuasione e, soprattutto, il divieto rigoroso di nuove introduzioni attraverso il commercio illegale o irresponsabile di specie esotiche.

Sono interventi spesso più complessi e costosi rispetto all'abbattimento, ma consentono di affrontare il problema senza trasformare gli animali nelle vittime di errori umani.

Il dibattito diventa ancora più interessante se si osservano altri esempi.

Anche il gatto domestico è stato introdotto dall'uomo e non appartiene originariamente alla fauna italiana. Anche i gatti inselvatichiti (o per meglio dire: randagi) possono avere un impatto negativo sulla fauna selvatica, come dimostrano numerosi studi scientifici. Eppure nessuno proporrebbe di risolvere il problema attraverso campagne di abbattimento delle colonie feline. Al contrario, la risposta adottata dalla società è stata quella della tutela, della sterilizzazione e della gestione controllata.

Questo dimostra come le decisioni non siano determinate soltanto da criteri ecologici, ma anche da considerazioni etiche, culturali e sociali.

Perché allora non applicare lo stesso principio anche al parrocchetto monaco?

Gli animali sono innocenti

Ogni specie introdotta dall'uomo rappresenta una responsabilità dell'uomo. Eliminare gli animali senza interrogarsi sulle cause che hanno prodotto il problema rischia di essere una soluzione solo apparente.

La vera prevenzione dovrebbe iniziare molto prima: controllando il commercio di specie esotiche, contrastando gli abbandoni, promuovendo una maggiore educazione ambientale e pianificando interventi di gestione non cruenta quando possibile.

Una società che si definisce civile dovrebbe essere capace di convivere con le conseguenze delle proprie azioni, assumendosene il peso senza scaricarlo sugli animali.

Proteggere il parrocchetto monaco non significa ignorare le esigenze dell'agricoltura o della tutela della biodiversità. Significa riconoscere che esistono soluzioni che cercano un equilibrio tra conservazione, benessere animale e responsabilità umana.

Ogni vita merita rispetto, soprattutto quando è l'uomo ad averne determinato il destino. Se oggi il parrocchetto monaco vive nei nostri cieli, non è perché abbia invaso volontariamente il nostro territorio, ma perché noi lo abbiamo portato qui.

Ed è proprio per questo che dovremmo essere noi, e non lui, ad assumerci la responsabilità delle scelte future.


MARIO CONTINO

Il parrocchetto monaco va protetto - Mario Contino
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