Lazzaro di Betania, il cui nome in aramaico Ləʿazzār significa “Dio ha aiutato”, è una delle figure più misteriose e discusse del Nuovo Testamento. Fratello di Marta e Maria, abitava a Betania, un villaggio nei pressi di Gerusalemme, e il Vangelo di Giovanni ce lo presenta come amico intimo di Gesù: “Gesù amava Marta, sua sorella e Lazzaro” (Gv 11,5). La sua morte non è attribuita a una causa improvvisa, ma a una malattia che, pur non specificata, viene descritta come grave e mortale. Questo evento potremmo interpretarlo come un momento preparatorio alla rivelazione più grande: la vittoria sulla morte.

La narrazione nei Vangeli canonici

Il racconto della resurrezione di Lazzaro si trova unicamente nel Vangelo secondo Giovanni (Gv 11,1-44). Quando Gesù viene a sapere della malattia, non si affretta subito, ma dice: “Questa malattia non porterà alla morte, ma è per la gloria di Dio, affinché per mezzo di essa il Figlio di Dio venga glorificato” (Gv 11,4). Rimane ancora due giorni nel luogo in cui si trova, affinché la morte sia definitiva agli occhi di tutti.

Al suo arrivo a Betania, Lazzaro è già morto da quattro giorni. Marta gli va incontro e pronuncia parole intrise di fede e dolore: “Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto. Ma anche ora so che qualunque cosa chiederai a Dio, Dio te la concederà” (Gv 11,21-22). Gesù le risponde pronunciando una frase che diventerà una verità assoluta nella fede cristiana: “Io sono la resurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno” (Gv 11,25-26).

L’incontro con Maria è ancor più emotivo: “Gesù, vedendo piangere lei e i Giudei che erano venuti con lei, si commosse profondamente, si turbò e disse: Dove lo avete posto?… Gesù pianse” (Gv 11,33-35). Questo breve versetto rivela la piena umanità di Cristo, capace di provare dolore e compassione, di piangere come tutti gli esseri umani (Gesù vero Dio e vero uomo).

Giunto alla tomba, una grotta chiusa da una pietra, ordina: “Togliete la pietra!” (Gv 11,39). Marta lo avverte: “Signore, già manda cattivo odore; è lì da quattro giorni”. Ma Gesù replica: “Non ti ho detto che, se crederai, vedrai la gloria di Dio?” (Gv 11,40). Dopo una preghiera ad alta voce, affinché i presenti credano, grida: “Lazzaro, vieni fuori!” (Gv 11,43). E “il morto uscì, con i piedi e le mani avvolti in bende, e il viso coperto da un sudario” (Gv 11,44).

Questo miracolo è il culmine dei “segni” di Gesù nel Vangelo di Giovanni, e ha un impatto tale da spingere i capi religiosi a decidere definitivamente di eliminarlo (Gv 11,53).

Le tracce di Lazzaro nei Vangeli apocrifi

Nei testi non canonici, la resurrezione di Lazzaro è ricordata, ma senza la ricchezza narrativa di Giovanni. Nel Vangelo di Nicodemo (o Atti di Pilato), Lazzaro è citato come testimone della potenza di Cristo, ma il racconto si limita a confermare il fatto: “E molti, avendo visto che Lazzaro, dopo quattro giorni, uscì vivo dal sepolcro, credettero in lui” (Atti di Pilato, cap. 17).

Il Vangelo di Bartolomeo, pur non menzionando direttamente Lazzaro, offre un’eco teologica molto importante. In una sezione in cui Bartolomeo chiede a Gesù di descrivere il potere della Sua voce sugli inferi, il testo riporta: “Quando la mia voce discese, tutte le porte dell’Ade si scossero, e coloro che vi erano imprigionati udirono il richiamo” (Vangelo di Bartolomeo, Domande II). Questo passaggio, letto in chiave simbolica, si avvicina all’atto di Gesù a Betania: un comando potente che rompe le barriere della morte e richiama alla vita. Il grido “Lazzaro, vieni fuori!” diventa così, anche alla luce di questo apocrifo, l’annuncio universale che la sua voce può raggiungere ogni luogo, persino le profondità dell’Ade.

In questo testo, l’apostolo Bartolomeo chiede a Gesù di spiegare cosa vide Lazzaro nei tre giorni della sua morte. In alcune versioni del racconto, Lazzaro stesso parla e dice:

«Non posso raccontare cosa vidi, poiché gli angeli che mi accompagnarono mi proibirono di dirlo. Se parlassi, l’intero mondo ne sarebbe sconvolto».

Le leggende medievali ampliano maggiormente la storia di Lazzaro: testi agiografici lo descrivono come fuggito dalla Giudea insieme alle sorelle, giunto in Provenza e divenuto vescovo di Marsiglia o di Saint-Maximin-la-Sainte-Baume.
Queste leggende, unite alle scarsissime informazioni su ciò che successe a Lazzaro dopo il momento della resurrezione, alimentano moltissimi interrogativi sia sul mirazolo divino che sul mistero del post mortem umano.
Cosa vidde quindi Lazzaro durante quei quattro giorni di decesso?

Cosa rivelò Lazzaro sulla resurrezione e sul post mortem?

I Vangeli non riportano parole di Lazzaro dopo il miracolo. Il silenzio può essere interpretato come scelta simbolica: la sua stessa presenza viva è la testimonianza più potente. Gesù, davanti alla tomba, afferma: “Ti rendo grazie perché mi hai ascoltato. Io sapevo che sempre mi dai ascolto, ma l’ho detto a causa della gente che mi sta attorno, perché credano che tu mi hai mandato” (Gv 11,41-42).

Teologicamente, la resurrezione di Lazzaro è un annuncio tangibile della vittoria finale di Cristo sulla morte e della promessa fatta a tutti i credenti: “Colui che ha risuscitato Cristo dai morti darà la vita anche ai vostri corpi mortali” (Rm 8,11).

In realtà io credo che ci sia ben altr dietro quel silenzio, forse un imposizione, un preciso ordine impostogli da Dio o dagli Angeli (secondo la teologia di riferimento).
Infatti, secondo alcuni Padri della Chiesa (come Gregorio Magno), Dio non permise a Lazzaro di riferire ciò che vide per non rivelare anticipatamente i misteri del regno dei morti.
Potremmo quindi supporre che queste verità avrebbero potuto sconvolgere l'intera società dell'epoca, che basava gran parte della sua struttura su precetti religiosi.

Cosa avrebbe potuto rivelare Lazzaro di così sconvolgente? Forse un post mortem differente da quello che il popolo immaginava?

Lal primo caso bisogna considerare l'idea di post mortem che avevano gli ebrei.
Per l'ebraismo, il Messia non è ancora giunto. Di conseguenza, la resurrezione dei corpi è un evento che avverrà solo dopo il suo arrivo, in un'epoca futura chiamata "Olam Ha-Ba". Per gli ebrei, l'anima è immortale e si ricongiunge a Dio dopo la morte, ma il corpo tornerà alla terra in attesa di quel momento finale.

Per il cristianesimo, invece, il Messia è già venuto in Gesù. La sua resurrezione è stata un evento concreto e visibile, che ha offerto la prova della vittoria sulla morte. Per i cristiani, questa resurrezione è la garanzia che anche i loro corpi risorgeranno nel momento del ritorno di Cristo, alla fine dei tempi.

In sintesi, la differenza principale sta nel quando e nel chi. Gli ebrei attendono l'arrivo del Messia per la resurrezione finale, mentre i cristiani, che credono che il Messia sia già venuto, attendono il suo ritorno per la stessa resurrezione finale.

Se Lazzaro fosse tornato dalla morte con la consapevolezza di un post mortem radicalmente diverso da quello previsto dalle credenze ebraiche dell'epoca, l'esperienza avrebbe potuto generare in lui un profondo shock. Per lui la sua resurrezione non sarebbe stata solo un miracolo, ma anche un'esposizione a una realtà sconvolgente e incomprensibile per il suo contesto culturale e religioso.

Questa esperienza potrebbe aver scatenato ciò che oggi definiamo disturbo da stress post-traumatico (PTSD). Le reazioni tipiche di un trauma così profondo possono includere:

  • Mutismo o afasia: Il trauma può bloccare la capacità di comunicare verbalmente, sia per l'incapacità di elaborare l'esperienza sia per la paura di ciò che si è visto.
  • Isolamento sociale: Il senso di essere "diverso" e l'impossibilità di condividere un'esperienza così unica avrebbero potuto isolarlo dalla sua comunità.
  • Sintomi di derealizzazione: La sensazione che la realtà circostante non sia più "reale" o che il proprio corpo sia separato dalla propria mente.

In quest'ottica, il suo leggendario mutismo, sebbene non menzionato nei vangeli canonici, potrebbe essere letto come una conseguenza psicologica di un evento straordinario e traumatizzante. Quindi il miracolo della sua resurrezione andrebbe riletto in chiave negativa? Probabilmente sì, e forse è il motivo per il quale i Vangeli sono così vaghi sull'argomento.

Riflessioni filosofiche sulla resurrezione di Lazzaro

L’episodio di Lazzaro ha ispirato numerosi filosofi, sia antichi che moderni, che vi hanno colto significati profondi sulla condizione umana, la morte e la rinascita..

I Padri della Chiesa come Tertulliano e Ireneo di Lione lo interpretarono come conferma tangibile della resurrezione della carne: se il corpo di Lazzaro, già in decomposizione, poté tornare alla vita, allora anche ogni carne umana, per quanto corrotta, potrà essere restaurata alla gloria nel giorno del giudizio. Tertulliano afferma: «La carne giaceva in debolezza… eppure la carne risorse, segno certo che la carne risorgerà». Per Agostino e Ambrogio, la narrazione è invece una parabola vivente: il sepolcro è il peccato, la pietra che lo chiude è l’abitudine al male, e la voce di Cristo rappresenta la grazia che rompe ogni catena spirituale.

Altri pensatori, come il filosofo esoterico Rudolf Steiner, hanno accostato la resurrezione di Lazzaro a un’iniziazione spirituale di matrice platonica: il corpo è la “tomba dell’anima”, e il comando “Lazzaro, vieni fuori!” segna il risveglio interiore, il passaggio dalla morte dell’ignoranza alla vita della conoscenza. In questa linea, alcuni studiosi moderni vedono nel racconto echi di rituali misterici antichi, come quelli eleusini, dove la discesa simbolica negli inferi e il ritorno alla luce segnavano la trasformazione dell’iniziato.

Nell’orizzonte di una filosofia cristiana influenzata dallo stoicismo, interpreti contemporanei come Troels Engberg-Pedersen leggono l’episodio come anticipazione della trasformazione cosmica che il Logos attuerà su tutta la creazione: Lazzaro è il segno che la morte non è l’ultima parola, ma solo un passaggio verso un’esistenza trasfigurata.

Forse la vicenda di Lazzaro merita uno sguardo più attento, alla ricerca degli insegnamenti nascosti che custodisce, insegnamenti che possono rivelarsi solo a chi possiede la chiave giusta per interpretarli.

MARIO CONTINO