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Il paradosso del Mezzogiorno è evidente: abbiamo sempre più bisogno di acqua, ma quando finalmente arriva la pioggia spesso non siamo in grado di trattenerla e conservarla.
Puglia e Sicilia rappresentano due esempi lampanti di una difficoltà che riguarda buona parte del Sud Italia. Periodi sempre più lunghi di siccità si alternano a precipitazioni intense e concentrate, capaci di scaricare in poche ore grandi quantità d'acqua. Una parte di questa risorsa scorre rapidamente verso valle, alimenta fossi e torrenti temporanei, provoca erosione e allagamenti e, in molti casi, finisce in mare dopo essere stata assorbita di ruscelli ipogei.
Ovviamente ciò non significa che tutta l'acqua piovana possa o debba essere trattenuta: il territorio ha bisogno del naturale deflusso dell'acqua e gli invasi devono essere progettati sulla base delle caratteristiche ambientali e idrogeologiche di ogni area. Ma significa che una parte maggiore della pioggia potrebbe essere raccolta, accumulata e utilizzata quando serve.
Ed è proprio qui che dovrebbe concentrarsi una parte importante della strategia politica contro la siccità.
La Puglia conosce bene il problema della scarsità idrica. La regione dispone di risorse superficiali limitate e dipende anche da fonti extraregionali e dalle acque sotterranee. Secondo ARPA Puglia, l'approvvigionamento potabile utilizza, tra le altre fonti, gli invasi di Occhito e Monte Melillo, oltre agli invasi Pertusillo e Sinni in Basilicata e alle sorgenti del Sele-Calore.
Nel 2025 la situazione era diventata particolarmente critica: la Regione Puglia aveva dichiarato lo stato di emergenza per la crisi idrica nel comparto potabile, con disponibilità presso sorgenti e invasi complessivamente inferiori al 50% della media degli ultimi dieci anni.
Nel luglio 2026 lo stato di emergenza è stato dichiarato concluso grazie al recupero delle disponibilità idriche. Ma la stessa Regione ha sottolineato la necessità di non abbassare la guardia, continuando a ridurre le perdite e realizzando nuove opere. Nel 2025, inoltre, sarebbero stati recuperati circa 10 milioni di metri cubi d'acqua attraverso interventi sulla rete pugliese.
La Puglia dovrebbe ragionare sempre più in termini di accumulo e gestione della risorsa. Non esistono soltanto le soltanto grandi dighe, impossibili da realizzare sul territorio regionale, ma anche piccoli e medi invasi, bacini aziendali, sistemi di raccolta delle acque meteoriche e opere di regimazione delle acque, naturalmente progettati e autorizzati secondo le norme ambientali e di sicurezza.
L'obiettivo dovrebbe essere semplice: quando arriva una precipitazione abbondante, una parte di quell'acqua deve poter rimanere sul territorio invece di essere rapidamente perduta.
La situazione siciliana rende ancora più evidente la necessità di cambiare strategia.
L'ISPRA ha evidenziato che nel 2025 la Sicilia ha mantenuto per tutto l'anno una condizione di elevata severità idrica. Il report regionale sulla siccità descrive una situazione di elevata scarsità d'acqua sia per il comparto irriguo sia per quello potabile, con un monitoraggio continuo dei volumi presenti negli invasi.
Eppure il 2026 ha mostrato anche un'altra faccia della medaglia.
Nell'aprile 2026 la Regione Siciliana comunicava che il volume d'acqua presente negli invasi aveva raggiunto circa 580 milioni di metri cubi, contro i 387 milioni dello stesso periodo del 2025. L'aumento era stato favorito dalle precipitazioni e, soprattutto, dagli interventi che avevano permesso di captare una maggiore quantità d'acqua.
Quando riusciamo a catturare e conservare l'acqua, la disponibilità cambia il territorio ne beneficia.
In pratica i dati dimostrano, senza dubbio alcuno, che non basta cercare nuova acqua: bisogna conservare quella che il cielo ci dona.
Il cambiamento climatico rende sempre meno efficace il vecchio modello basato sull'idea che la pioggia arrivi in maniera regolare durante l'anno.
Nel Mediterraneo le precipitazioni possono concentrarsi in episodi brevi e intensi, alternati a lunghi periodi asciutti. ARPA Puglia sottolinea proprio l'importanza di considerare l'intensità delle precipitazioni e i periodi siccitosi nella pianificazione del territorio e nella gestione delle risorse idriche.
Il problema, quindi, non è soltanto quanta pioggia cade, ma quanta acqua riusciamo a trattenere quando cade.
La realizzazione di invasi artificiali di dimensioni adeguate alle caratteristiche del territorio potrebbe rappresentare uno degli strumenti da affiancare alle grandi infrastrutture idriche.
Un piccolo bacino può raccogliere acqua piovana e renderla disponibile successivamente per irrigazione, agricoltura, manutenzione del verde e altri utilizzi compatibili, riducendo la pressione sulle fonti potabili.
L'acqua accumulata, insieme alla presenza di alberi, siepi, colture e vegetazione, può contribuire alla creazione di ambienti più resilienti e a migliorare localmente le condizioni microclimatiche.
Immaginiamo un territorio pugliese o siciliano nel quale, invece di lasciare defluire rapidamente tutta l'acqua di una forte precipitazione, una parte venga indirizzata verso una serie di bacini collegati e progettati per accumularla in sicurezza.
Quell'acqua potrebbe poi tornare al territorio durante i mesi più secchi.
Più acqua trattenuta significa più possibilità di mantenere vivo il paesaggio.
Il Sud non può controllare il clima e non può decidere quando pioverà. Può però decidere quanto essere preparato quando pioverà.
Naturalmente gli invasi non possono essere costruiti ovunque e senza criterio. Devono essere preceduti da studi idrogeologici, valutazioni ambientali, corretta progettazione e gestione della sicurezza. Ma rinunciare a priori all'idea di aumentare la capacità di accumulo sarebbe altrettanto miope.
La domanda che dovremmo porci è semplice:
Se sappiamo che il Sud avrà sempre più bisogno di acqua, perché non conservare una parte di quella che il cielo ci offre quando finalmente arriva?
Bisogna prepararsi prima.
Meno progetti di cementificazione a beneficio dei soliti "amici degli amici", più verde e invasi a beneficio di tutti.