Mario Contino Lo Scrittore Del Mistero

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Libertà di stampa in Italia: una democrazia senza contraddittorio?

Libertà di stampa in Italia: il problema non è solo poter parlare, ma poter davvero dissentire


Quando si parla di libertà di stampa, in Italia siamo abituati a pensare che il problema riguardi soprattutto i Paesi nei quali i giornalisti vengono censurati, arrestati o costretti al silenzio. Ed è certamente vero che esistono realtà nelle quali la libertà di informazione viene repressa in maniera brutale. Ma proprio per questo rischiamo di commettere un errore: quello di considerare la libertà di stampa un problema soltanto quando compare una censura evidente e istituzionalizzata.

In una democrazia moderna la questione è molto più complicata e tocca aspetti differenti della nostra struttura sociale. Non basta chiedersi se un giornalista sia formalmente libero di scrivere; Bisogna domandarsi anche se esista un sistema dell'informazione realmente pluralista, capace di mettere a confronto posizioni differenti, soprattutto quando sono in discussione decisioni che incidono fortemente sulla vita dei cittadini.

Ed è proprio osservando l'informazione italiana da questa prospettiva che emergono alcune contraddizioni sulle quali sarebbe opportuno discutere senza pregiudizi.

Clima, energia, salute, guerre, sicurezza, immigrazione, politica estera, transizione ecologica: sono alcuni dei grandi temi che negli ultimi anni hanno dominato il dibattito politico e mediatico italiano ed europeo. Problemi di vasta portata e difficile gestione, sui quali esistono implicazioni scientifiche, economiche, sociali e geopolitiche che meriterebbero un confronto analitico e strutturato.

Eppure, troppo spesso, il cittadino non assiste a un vero confronto tra tesi differenti. Assiste piuttosto alla ripetizione di alcune posizioni prevalenti, intervallata occasionalmente dalla presenza di una voce dissenziente chiamata a rappresentare la parte "contro".

Il problema non è che esista una posizione dominante. In una società libera è perfettamente normale che alcune idee siano maggioritarie. Il problema nasce quando una posizione dominante finisce per trasformarsi nel perimetro stesso del dibattito e tutto ciò che si trova al di fuori di quel perimetro viene considerato, prima ancora di essere discusso, sospetto, estremista, ignorante o irresponsabile.

Non serve necessariamente una censura per produrre questo risultato.

È sufficiente che alcune opinioni abbiano sistematicamente accesso ai principali mezzi di informazione mentre altre rimangano confinate ai margini; che alcuni esperti vengano invitati continuamente e altri quasi mai; che determinate domande vengano considerate legittime mentre altre vengano bollate come "provocazioni"; che il dissenso venga raccontato attraverso le categorie utilizzate dai suoi avversari anziché lasciato parlare direttamente.

È questo il punto sul quale dovremmo riflettere quando utilizziamo l'espressione "libertà di stampa".

La libertà non si esaurisce nel diritto di esprimersi, ma include quello di trovare orecchie disposte ad accogliere ciò che si dice anche se contrario a ciò che l'ascoltatore sostiene.

E alcuni dati ufficiali aiutano a capire perché il problema del pluralismo non possa essere liquidato come una semplice impressione personale.

Nel giugno 2026 l'Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni ha pubblicato il primo studio dedicato al tempo di parola nell'informazione televisiva italiana, prendendo in considerazione il periodo compreso tra settembre 2024 e agosto 2025. I risultati mostrano una forte concentrazione del dibattito: su 22 categorie di soggetti monitorati, le prime cinque rappresentano complessivamente l'80% degli interventi in voce. Ancora più significativa è la concentrazione degli argomenti: su 15 categorie tematiche, i primi cinque temi arrivano a rappresentare il 94% del dibattito complessivo.

Questi numeri non dimostrano, da soli, l'esistenza di un "pensiero unico". Sarebbe una conclusione metodologicamente scorretta. Dimostrano però che il sistema televisivo italiano concentra una parte enorme del proprio dibattito su un numero relativamente ristretto di soggetti e argomenti.

Quanto spazio rimane, quindi, per tutto ciò che non rientra nell'agenda principale?

La domanda diventa ancora più interessante osservando la distribuzione tematica. Secondo AGCOM, la politica interna rappresenta il 62,2% del tempo di parola nei telegiornali, il 58,9% nei programmi di informazione extra-TG e il 52,6% nei canali all news.

La televisione italiana, quindi, continua a costruire una parte considerevole della propria agenda attorno alla politica interna e a un numero relativamente ristretto di protagonisti. Questo non significa che l'informazione televisiva sia priva di pluralismo, ma dovrebbe farci interrogare sulla qualità del confronto e sulla capacità del sistema di rappresentare adeguatamente la totalità della società.

Nel frattempo, il pubblico italiano sta cambiando radicalmente il modo in cui si informa. L'Osservatorio AGCOM sul sistema dell'informazione rileva che nel primo semestre del 2025 Internet rappresentava la principale porta di accesso alle notizie per il 55,8% degli italiani, mentre la televisione si fermava al 43,2%.

Questo potrebbe sembrare un dato rassicurante. Internet ha infatti moltiplicato le possibilità di accesso alle informazioni e ha permesso a moltissime persone di pubblicare contenuti senza dover passare attraverso i tradizionali intermediari dell'informazione.

Ma anche qui esiste un paradosso.

Un grande volume di fonti non assicura di per sé un livello più alto di conoscenza o una maggiore qualità nell'informazione data o ricevuta. Possiamo avere accesso a migliaia di opinioni differenti e, contemporaneamente, finire per leggere soltanto quelle che confermano ciò che già pensiamo.

L'informazione digitale ha infatti prodotto una frammentazione senza precedenti. Non esiste più un unico spazio pubblico nel quale tutti discutono delle stesse cose. Esistono centinaia di spazi differenti, spesso separati tra loro, nei quali persone con opinioni simili si incontrano, si rafforzano reciprocamente e finiscono per considerare le opinioni esterne al proprio ambiente come assurde o incomprensibili.

Il rischio, dunque, è duplice: da una parte l'omologazione percepita dei grandi mezzi di informazione; dall'altra la frammentazione delle comunità informative online. In entrambi i casi, il cittadino può ritrovarsi davanti a un'informazione che non favorisce realmente il confronto.

Libertà di stampa a rischio: non è soltanto una questione italiana.

L'Unione europea ha riconosciuto negli ultimi anni la necessità di rafforzare l'indipendenza e il pluralismo dei media. Il European Media Freedom Act, entrato in vigore nel maggio 2024 e divenuto in larga parte applicabile dall'agosto 2025, nasce proprio con l'obiettivo di tutelare il pluralismo, l'indipendenza editoriale e il funzionamento del mercato dei media... Almeno sulla carta.

Che l’Unione europea abbia ritenuto necessario introdurre una regolamentazione specifica è già di per sé un segnale importante. La libertà di stampa non è un patrimonio immutabile: richiede tutela costante, forse persino da certe spinte burocratiche che nascono dentro l’Europa stessa.

Anche la situazione italiana presenta elementi che meritano attenzione.

La Relazione sullo Stato di diritto 2026 della Commissione europea riconosce che AGCOM continua a svolgere le proprie funzioni in maniera indipendente e che sono stati compiuti passi avanti sul piano della sua autonomia finanziaria. Ma, contemporaneamente, vengono evidenziate criticità relative all'indipendenza del servizio pubblico radiotelevisivo, alla sicurezza dei giornalisti e all'utilizzo di azioni giudiziarie potenzialmente intimidatorie.

Un dato particolarmente allarmante riguarda le cosiddette SLAPP, cioè azioni giudiziarie che possono avere l'effetto di intimidire o scoraggiare la partecipazione pubblica e l'attività giornalistica. Secondo i dati riportati nella relazione, nel 2025 sono stati documentati 93 casi di SLAPP contro giornalisti. Nei primi sei mesi del 2025, inoltre, gli atti intimidatori nei confronti dei giornalisti risultavano aumentati del 76% rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente.

A giugno 2026 erano inoltre 29 i giornalisti sottoposti a specifiche misure di protezione.

Non sono cifre che delineano una dittatura, e sarebbe scorretto usarle per sostenerlo. L’Italia continua a essere una democrazia con ampia libertà di espressione e una presenza diffusa di giornalisti indipendenti. Ciò non toglie che la libertà di stampa possa essere minacciata anche in contesti democratici.

Può essere condizionata dalle pressioni politiche, dagli interessi economici, dalla precarietà professionale, dalle intimidazioni, dalle cause giudiziarie e dalla dipendenza delle testate da determinati centri di potere.

E c'è un ulteriore aspetto che merita attenzione: le condizioni economiche nelle quali operano molti giornalisti.

La Relazione sullo Stato di diritto 2026 riporta, sulla base dei dati dell'Ordine dei Giornalisti, una retribuzione annua lorda media di circa 17.000 euro per i giornalisti freelance e di circa 11.000 euro per quelli con contratti a tempo determinato.

Anche questo è un problema di libertà.

World Press Freedom Index 2026 di Reporters Without Borders

Nel World Press Freedom Index 2026 di Reporters Without Borders, l’Italia si colloca al 56° posto su 180 Paesi, con un punteggio di 65,16. Nel 2025 era al 49° posto: in un solo anno ha quindi perso sette posizioni.

Questo dato va interpretato con attenzione, ma indica chiaramente che – secondo uno dei principali indicatori internazionali dedicati alla libertà di stampa – l’Italia presenta criticità sufficienti a farla scivolare al 56° posto nella classifica mondiale.

E non si tratta di un confronto limitato ai Paesi extraeuropei: numerosi Stati europei precedono l’Italia.

Torniamo alla domanda che nessuno ha il coraggio di affrontare: dove finisce il potere del sistema dell’informazione di decidere cosa raccontare e dove comincia il diritto del cittadino a ricevere un’informazione davvero pluralista? Non esiste una formula matematica, ma esiste un fatto: quel confine viene oltrepassato ogni giorno.

È ovvio che non tutte le opinioni meritino lo stesso spazio. Sarebbe ridicolo pretendere che un’idea fondata su dati solidi venga trattata come una sparata senza basi. Ma quelle “prove scientifiche” devono essere vere, indipendenti, verificabili. Non dogmi calati dall’alto.

Durante la pandemia del 2019 questo principio è stato calpestato. La complessità è stata cancellata, la discussione sterilizzata, la narrazione unica imposta come verità assoluta. Medici, ricercatori, premi Nobel: gente con curriculum che parla da solo. Eppure sono stati insultati, ridicolizzati, messi alla gogna solo perché non si allineavano al coro. Non perché sbagliavano: perché disturbavano.

Oggi, con il senno di poi, è evidente che molte di quelle voci non erano “mendaci”, ma semplicemente non addomesticate. E il tempo sta dimostrando che il pluralismo non è un capriccio di chi non trova spazio nei grandi media: è l’unico antidoto contro l’informazione che diventa propaganda.

Il pluralismo non è una lista di buone pratiche. Non è un decalogo da appendere al muro delle redazioni. È un dovere. E quando viene ignorato, l’informazione smette di essere informazione.

Non si tratta di mettere tutte le opinioni sullo stesso piano: si tratta di non truccare la partita. Si tratta di permettere che le tesi vengano messe alla prova, che le fonti vengano esposte, che le obiezioni non vengano silenziate. Si tratta, soprattutto, di non trasformare il dissenso in un reato morale.

E questo vale ancora di più quando si parla di temi che decidono la vita delle persone: energia, guerra, salute, ambiente. Non puoi raccontare solo la metà della storia e chiamarla “informazione”. Non puoi presentare una strategia come inevitabile, una scelta politica come verità scientifica, una narrazione come l’unica possibile. Il cittadino ha diritto a vedere tutto il quadro, non solo la parte che fa comodo a chi governa, a chi investe, a chi influenza.

Una democrazia adulta non teme il contraddittorio .Lo pretende. 

Il giornalismo, quello vero, non è il megafono di nessuno. Non deve proteggere il Governo, non deve proteggere l’opposizione, non deve proteggere le aziende, non deve proteggere le istituzioni. Deve mettere tutti davanti alle proprie responsabilità.

La stampa libera non dà ragione alla maggioranza. Non dà ragione alla minoranza. Dà ragione ai fatti. E quando i fatti non tornano, lo dice.

Per questo il problema dell’informazione italiana non si risolve con slogan tipo “tutto è censurato” o “tutto va bene”. Sono scorciatoie per non affrontare la realtà: l’Italia non è una dittatura, ma non è nemmeno un paradiso del pluralismo. Gli indicatori internazionali lo mostrano chiaramente.

Il resto è cultura democratica. Ed è qui che casca il sistema.

Perché una società che considera il dissenso un fastidio non è una società più informata. È una società che ha smesso di farsi domande. E quando le domande spariscono, non rimane l’informazione: rimane la propaganda

MARIO CONTINO

Libertà di stampa in Italia: una democrazia senza contraddittorio? MARIO CONTINO
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